Dalla presentazione del libro "Andanne e mo " del 2005

... Fulvio Cocuzzo, già Professore di Italiano al Liceo Classico di Sora, è in realtà molto di più: cantautore, cantastorie, poeta, rimatore, burattinaio, commediografo, attore e, nel tempo che gli rimane, anche falegname e ciclista.

A queste definizioni d’obbligo vorrei aggiungere anche quelle di ricercatore e storico visto che, proprio grazie a questa sorta di “opera omnia”, nel rileggere ed esaminare in modo omogeneo e complessivo la produzione di Fulvio è ancor più evidente quanto “studio” e “conoscenza” ci sia dietro il suo lavoro.

  Conoscenza ed approfondimento del passato del tutto evidenti non solo nelle commedie da lui ideate ma anche in molti testi delle sue canzoni, spesso vere e proprie sintesi storiche di secoli di sofferenze, trasformazioni e cataclismi subiti dalla gente della Valle di Comino. In altri testi Cocuzzo, proprio come un falegname o un artigiano, taglia, cuce, incolla, trasforma episodi, personaggi e luoghi raccontando e creando scene a metà tra la fiaba ed il realismo,  che evocano e provocano una intensa partecipazione emotiva. Lavoro di sapienza e maestria artigianale svolto anche riguardo ad alcune delle sue composizioni poetiche tra le quali, oltre a quelle di produzione originale, vengono abilmente celate rivisitazioni di celebri liriche filtrate e rilette attraverso la sua e nostra sensibilità di gente di “Terra di Lavoro”.

   Sono anni, del resto, che Fulvio cattura e trascina il suo pubblico in mille storie senza respiro, che rapisce e travolge con il martellante succedersi di canzoni, sonetti, poesie e massime filosofiche tutte rigorosamente in dialetto reso comprensibilissimo dalla sua stessa simultanea ed ironica traduzione che diventa, a sua volta, una nuova storia nella storia, in una catena senza fine di racconti, aneddoti, personaggi, scene di vita e pillole di saggezza popolare.

  In direzione ostinata e contraria alla società dell’omologazione, Cocuzzo racconta degli usi, dei costumi e di tutto ciò che non c’è più della nostra vita esteriore ma è dentro di noi, gente della Valle di Comino. E ci identifichiamo e riconosciamo nei suoi monologhi e nelle sue canzoni proprio perché siamo quello che lui racconta senza sapere di esserlo.

  Tuttavia, il problema di chi sia e come possa essere definito un così poliedrico artista resta irrisolto. Cocuzzo è un camaleonte di qualità che sfugge per sua natura ad ogni definizione ma, se ben osserviamo, un comun denominatore, nella sua linea espressiva, esiste eccome.

  E’ il dialetto. La lingua della sua terra, la Valle di Comino. Il linguaggio attraverso il quale Cocuzzo si esprime e comunica rendendolo più malleabile e comprensibile dell’italiano. Un lavoro tutto espresso in dialetto e, per questo, un faticosissimo lavoro di ricerca meritorio quanto e più di qualsiasi saggio linguistico.

  Senza quel dialetto, senza quella lingua, nessuna delle sue storie avrebbe suono, nessuna delle sue canzoni avrebbe parola, nessuna delle sue commedie avrebbe colore. Ecco chi è, alla fine, Fulvio Cocuzzo. Uno scalpellino della parola che, naturale erede degli scalpellini della pietra di San Donato, scolpisce, scava e plasma parole, racconti e tutto ciò che deve restare nella nostra memoria collettiva.

 

Tutta sta Valle parla de chi c’é campate,

De chi l’é fatte ste case de prete squadrate

E n’é lassate ste vicule e chiese

E st’ialbere e ste fentane,

Ma, chiù de tutte, ste belle

Parole paisane che n’iava avé fine,

Ca se le teneme a mente

Seme sempre la gente della Valcomine.

 

  E quello della carta stampata è, in definitiva, solo l’ultimo della lunga serie di palcoscenici attraverso i quali il cantastorie Cocuzzo ha raccontato, in questi anni, passato e presente (andanne e mo) della Valle di Comino, indefinita terra di mezzo e di confine culturale apparentemente anonima ma, in realtà, perpetuo calderone di eventi, paesaggi, nostalgie, sofferenze, vinte rivolte e tragiche emigrazioni, in una eterna vita dal tempo inconcludente, che mai muta e scompare a poco a poco.

 

Casalvieri, 8/12/2005

 

                                                                       Silvio Zincone

 

 

 

 

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